Si è svolto nella sede sassarese della Fondazione di Sardegna, in via Carlo Alberto 7, il convegno “Sostenibilità dell’Università pubblica in Sardegna. Scenari, strategie e prospettive”, promosso da CRENoS e Fondazione di Sardegna, con il coinvolgimento delle Università di Cagliari e Sassari, che attraverso il Centro Ricerche Economiche Nord Sud condividono una parte rilevante dell’attività scientifica e di analisi sui temi dello sviluppo regionale.
L’iniziativa ha messo al centro il ruolo dell’università pubblica come infrastruttura strategica per il futuro della Sardegna: non soltanto luogo di formazione e ricerca, ma presidio essenziale per attrarre giovani, produrre competenze, rafforzare la qualità del capitale umano e sostenere la competitività del territorio in uno scenario segnato da denatalità, spopolamento e crescente competizione tra sistemi regionali.
I lavori sono stati introdotti da Giacomo Spissu, presidente della Fondazione di Sardegna, che ha aperto il confronto sul rapporto tra investimenti in conoscenza, sviluppo dell’isola e responsabilità delle istituzioni.
L’iniziativa nasce dal confronto con il CRENoS e con chi si occupa di università: docenti, studenti, rappresentanti istituzionali. La domanda è: anziché registrare e prendere atto della situazione attuale, possiamo fermarci un attimo per capire cosa succede e come governare in cambiamenti in corso? Possiamo elaborare, attraverso il dibattito pubblico, strategie comuni sul futuro delle università in Sardegna? Dobbiamo rendere la Sardegna più attrattiva per gli studenti di tutti i Paesi del Mediterraneo e per fare questo servono strategie di lungo termine, che durino più dell’orizzonte delle legislature regionali e dei mandati dei rettori.
Il primo intervento è stato affidato a Luca Deidda, docente dell’Università di Sassari e ricercatore del CRENoS, che ha analizzato il tema del Fondo di finanziamento ordinario delle università, i trend recenti e gli scenari futuri. La sostenibilità degli atenei sardi è stata ricondotta a una questione di sistema: il numero degli studenti, la qualità del corpo docente, la capacità di attrarre giovani anche da fuori Sardegna e la costruzione di una strategia regionale integrata. In questa prospettiva, l’università pubblica è stata indicata come uno degli asset principali su cui investire per contrastare la fragilità demografica e consolidare una massa critica di competenze nell’isola.
Lo sviluppo socioeconomico inclusivo e sostenibile di una regione dipende dalla capacità di produrre beni e servizi in modo efficiente, in mercati internazionali sempre più interconnessi e in rapida evoluzione per il progresso tecnologico. Per realizzare questo progresso serve generare una massa critica di giovani competenti. Ma oggi i giovani sono una risorsa scarsa, sia perché sono meno, sia perché molti non diventano studenti universitari. Per invertire la tendenza, servono strategie politiche molteplici e interconnesse. L’alternativa è fra decrescere e attrarre: se vogliamo agire in questa seconda direzione non basta migliorare la qualità dell’università, bisogna migliorare anche la qualità dei servizi che offriamo.

La dimensione internazionale del confronto è stata sviluppata attraverso l’intervento di Fernando P. Cossio, Scientific Director di Ikerbasque, la fondazione basca per la scienza nata per attrarre talento scientifico e rafforzare il sistema della ricerca. Il modello basco è stato presentato come un’esperienza utile per riflettere su strumenti di governance capaci di selezionare, trattenere e valorizzare ricercatori di alto profilo, mettendo in relazione finanziamento, qualità scientifica e impatto sul territorio.
Ikerbasque nasce nel 2007, per volontà del Governo basco, con l’obiettivo di rafforzare il sistema della ricerca, portando nei nostri centri e nelle nostre università ricercatori da tutto il mondo e contribuendo alla creazione di nuovi poli di eccellenza. In meno di vent’anni abbiamo attratto oltre 400 ricercatori e ci siamo impegnati ad assumerne altri 80 nei prossimi quattro anni. I risultati mostrano che questo modello può generare un impatto concreto: nell’ultimo anno la comunità scientifica di Ikerbasque ha sviluppato più di 1.300 progetti di ricerca, pubblicato oltre 1.700 articoli scientifici e contribuito alla nascita di 48 spin-off.
A seguire, Marcello Scalisi, direttore di UNIMED – Unione delle Università del Mediterraneo, ha affrontato il tema “Università e Mediterraneo: dalla cooperazione internazionale al partenariato solidale”. Il suo intervento ha richiamato il valore delle reti universitarie come strumenti di dialogo interculturale, cooperazione accademica, mobilità di studenti e personale, diplomazia della conoscenza e costruzione di partenariati tra istituzioni dell’area euro-mediterranea.
I processi di internazionalizzazione devono basarsi non sul trasferimento di conoscenze dal Nord al Sud, ma sulla collaborazione e sulla costruzione di progetti congiunti. Il punto non è trovare mille, duemila o cinquemila studenti: il punto è creare un sistema universitario attrattivo per studenti e ricercatori. La dimostrazione che sia possibile è il progetto FORMED, che ha portato oltre 400 studenti non europei nelle nostre università. Quest’anno, per le università sarde, le domande sono 176 per un massimo di 40 borse. L’internazionalizzazione deve coinvolgere tutta la filiera: non solo gli studenti, ma anche i ricercatori, per attrarre l’interesse di mondi accademici nuovi e diversi.
Il convegno è proseguito con una tavola rotonda coordinata da Davide Pinna, giornalista de La Nuova Sardegna, alla quale hanno preso parte Luciano Colombo, prorettore alla ricerca dell’Università di Cagliari, e Gavino Mariotti, Rettore dell’Università di Sassari.

Dal confronto è emersa la necessità di affrontare la sostenibilità dell’università pubblica sarda non come somma di problemi dei singoli atenei, ma come questione regionale. Formazione, ricerca, residenzialità studentesca, qualità del reclutamento, capacità di attrazione e cooperazione internazionale sono stati indicati come tasselli di una strategia comune, da costruire con obiettivi e strumenti adeguati di programmazione e governance.
Le criticità ci sono – ha sottolineato Luciano Colombo – e non dobbiamo nasconderle. Una è sistemica e riguarda la competizione tra atenei, su cui dovremmo tornare a discutere: il sistema università offre un servizio pubblico, non dovrebbe sottrarsi risorse al proprio interno. Per migliorare il sistema universitario dell’Isola dobbiamo attrarre studenti dall’estero e dal continente, puntando su ciò che la Sardegna può offrire: la sua centralità nel Mediterraneo, le sue specificità e le opportunità di ricerca che possono trasformare il territorio. Per farlo servono più residenzialità nelle sedi storiche, maggiore sinergia tra gli atenei e un investimento stabile sulla qualità della didattica, della ricerca e dell’offerta formativa. Più che creare nuovi soggetti istituzionali, come ha fatto la regione basca, credo sia utile rafforzare in modo strutturale le due università sarde.
Alle parole del professor Colombo hanno fatto eco quelle del rettore Mariotti:
I criteri di distribuzione dell’FFO stanno cambiando di nuovo e questo rischia di penalizzare fortemente le università sarde. Paghiamo una doppia insularità: da un lato la difficoltà di attrarre studenti da fuori Sardegna, dall’altro il fatto di essere trattati come isole del Sud, con tutti i problemi che questo comporta in termini di trasporti e qualità dell’offerta di vita. Un ateneo, però, non fa solo ricerca: offre anche servizi al territorio. A Sassari, veterinaria e agraria rispondono a una parte fondamentale dell’economia sarda e rappresentano un presidio strategico per l’isola. Un modello come quello basco può essere utile, magari anche auspicabile, ma servono strumenti, risorse e il rispetto dell’autonomia delle università. Per aumentare l’attrattività, inoltre, bisogna costruire un’esperienza universitaria completa: case dello studente, studentati e soluzioni abitative richiedono una vera sinergia tra Regione, Ersu, università e Comuni
Durante l’evento è stata annunciata una seconda iniziativa che CRENoS e Fondazione di Sardegna intendono organizzare a Cagliari, per continuare a discutere e ampliare il dibattito sulla sostenibilità dell’università pubblica: una sostenibilità che riguarda la capacità della Sardegna di investire sulle proprie competenze, attrarne di nuove e costruire le condizioni perché ricerca, formazione e innovazione diventino leve permanenti di crescita.
