Una nuova ipotesi sull’origine dei Bronzi di Riace

Team di studiosi corregge la storia delle famose statue: il contributo di Stefano Columbu del dipartimento di Scienze chimiche e geologiche

22 Gennaio 2026
2 minuti di lettura
Il gruppo di lavoro

Uno studio, basato su un approccio sistemico e multidisciplinare composto da un team di 15 esperti appartenenti alle università di Cagliari, Catania, Ferrara, Bari, Calabria e Pavia, sostiene che i Bronzi di Riace – la coppia di statue greche risalenti al V secolo a,C. scoperte nel 1972 al largo di Riace Marina, nella Calabria sud orientale – sarebbero state fuse a Sibari, all’epoca una delle più importanti città della Magna Grecia, e poi saldate e installate nella Siracusa dei Dinomenidi.

I nuovi dati emersi integrano con una revisione critica le evidenze scientifiche attualmente disponibili. I primi a parlare dell’ipotesi siciliana dei bronzi di Riace furono negli anni Novanta del secolo scorso gli archeologi americani Roberti Ross Holloway e Anna Marguerite McCann. Secondo Holloway le statue vennero ritrovate nel mare siciliano e poi nascoste a Riace da archeotrafficanti; la McCann fu invece la prima ad attribuirle allo scultore Pitagora e a sostenere che rappresentassero i Dinomenidi di Siracusa.

Lo studio, presentato lo scorso dicembre al teatro comunale di Ortigia, nell’ambito del programma del Ventennale Unesco – è stato recentemente pubblicato sulla rivista internazionale Italian journal of Geosciences.

Determinante il contributo dell’Università degli Studi di Cagliari, fornito dal professor Stefano Columbu, del dipartimento di Scienze chimiche e geologiche. Columbu, in quanto esperto di georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e i beni culturali, ha effettuato l’analisi multistratigrafica delle incrostazioni della patina presenti sulla superficie delle statue.

Le analisi effettuate – sostiene Columbu – consentono di affermare che la storia delle statue post affondamento è stata caratterizzata da due principali fasi molto diverse soprattutto cronologicamente, contrariamente a quanto sostenuto fino ad oggi. Il loro ottimo stato di conservazione e le caratteristiche tafonomiche e geochimico-mineralogiche delle patine e incrostazioni dimostrerebbero che i due capolavori dovettero sostare solo pochi mesi nei bassi fondali di Riace (8 metri), mentre sarebbero giaciuti per oltre duemila anni in fondali molto più profondi e di diversa natura geologica rispetto a Riace e compatibili con quelli di Brucoli in Sicilia.

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