Quali sfide attendono il sistema universitario? E quali politiche strategiche possono guidarlo nell’affrontare il cambiamento, in uno scenario segnato da profondi mutamenti sociali e culturali?
A questi interrogativi ha cercato di rispondere l’evento organizzato dall’Università di Cagliari in collaborazione con Talents Venture, con l’obiettivo di fare il punto sull’Ateneo cagliaritano e, più in generale, sul sistema universitario nazionale, con un focus su occupazione, ruolo dell’intelligenza artificiale e prospettive future.
Dal report emerge un quadro in cui il lifelong learning assume un ruolo centrale: l’università del futuro si rivolgerà sempre più a un bacino di popolazione adulta. Parallelamente, si rafforza il peso dell’intelligenza artificiale generativa, che affianca docenti e studenti lungo il percorso didattico e accademico.
I dati sono stati presentati da Carlo Valdes, responsabile dell’Analisi dati di Talents Venture, che nella relazione introduttiva ha evidenziato i principali trend destinati a incidere sull’attrattività degli atenei e sulla trasformazione del sistema universitario: il cambiamento tecnologico, il declino demografico, la competizione tra università e il rapporto con le imprese.
Il rapporto in evoluzione con il tessuto imprenditoriale e la crescente competizione, costringono a rimanere in sella ai cambiamenti, dominandoli e guidandoli, anziché subirli: questa è la sfida principale a cui siamo chiamati. Esistano criticità specifiche dell’università in Sardegna rispetto ad altri atenei, legate in particolare alla condizione insulare. Questo aspetto rappresenta, da un lato, un punto di forza, perché facilita la capacità degli atenei di trattenere i propri studenti — il mare, in qualche modo, rende più difficile andarsene. Dall’altro lato, però, rende più complesso attrarre nuovi studenti, così come docenti e personale di ricerca.
Per quanto riguarda l’occupazione, al netto delle opinioni personali, i dati di AlmaLaurea sono molto chiari: i tassi di occupazione a un anno dalla laurea magistrale variano significativamente. Ci sono percorsi formativi con un tasso di occupazione prossimo al 100%, come ingegneria dell’informazione, sicurezza informatica e informatica, mentre altri risultano più deboli dal punto di vista occupazionale, come le discipline letterarie e giuridiche, che registrano tassi inferiori all’80% anche tra i laureati magistrali. Esiste quindi una forte eterogeneità, che rappresenta una delle principali sfide per l’università, anche perché ha un impatto diretto sulle prospettive degli studenti.
Per ridurre questo divario, una strategia fondamentale è avvicinare le imprese, non considerandole soltanto come destinatarie finali del lavoro formativo, ma coinvolgendole già nella progettazione dei percorsi: dai tirocini ai seminari, fino alle attività congiunte che permettono a studenti e imprese di conoscersi già durante il percorso universitario. Questo approccio genera benefici per tutti, a partire dal sistema universitario stesso.
Sul tema della cosiddetta “fuga dei cervelli”, si tratta di un problema reale e rilevante per l’intero Paese. L’università è certamente un attore importante, ma il fenomeno si manifesta già prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. L’Italia, infatti, è tra gli ultimi Paesi in Europa per capacità di attrarre studenti stranieri rispetto a quanti invece partono.
La sfida principale è aumentare la produttività del sistema economico, un obiettivo che va oltre il mondo universitario e coinvolge le politiche del lavoro e dello sviluppo. Tuttavia, l’università può fare molto, soprattutto favorendo la nascita di imprese al proprio interno. Questo è un aspetto ancora poco valorizzato: gli atenei dispongono della conoscenza, che rappresenta il fattore distintivo delle imprese ad alto valore aggiunto. Per questo motivo, le università devono diventare sempre più luoghi in cui nascono nuove imprese
Se da un lato le stime indicano che entro il 2050 il numero di studenti iscritti potrebbe ridursi del 45%, dall’altro emerge un dato significativo: già nel 2040 la quota di studenti tra i 30 e i 55 anni raggiungerà il 31%.
Un segnale incoraggiante, che si affianca ai numeri dell’Ateneo cagliaritano illustrati dal prorettore alla didattica Ignazio Putzu. Negli ultimi sei anni, l’Università di Cagliari ha registrato un incremento del 6% nelle immatricolazioni ai corsi di laurea triennale, un +3,9% per i corsi magistrali a ciclo unico e un aumento del 7,9% nelle lauree magistrali. La popolazione studentesca supera oggi le 26 mila unità complessive.
Dati che attestano la qualità dell’offerta formativa — con oltre 100 corsi attivi —, la forte presenza sul territorio grazie al modello di università diffusa (con le sedi decentrate di Oristano, Nuoro, Carbonia e Olbia) e una crescente attenzione all’internazionalizzazione, sostenuta da programmi di mobilità studentesca e dalla partecipazione a importanti alleanze europee.
Le politiche strategiche dell’ateneo sono state illustrate da Giuseppa Locci, dirigente della Direzione didattica e orientamento, e da Paolo Ruggerone, docente dell’Università di Cagliari.
Sono inoltre intervenuti Ilaria Portas, assessora regionale alla Pubblica istruzione, Nicola Orani dell’Ufficio scolastico regionale della Sardegna ed Emanuele Frongia della Federazione italiana pubblici esercizi.
In chiusura i saluti del Magnifico Rettore Francesco Mola:
Oggi è emerso con chiarezza il quadro delle sfide che attendono gli atenei. La ricchezza di un territorio è strettamente legata alla presenza di un sistema solido di alta formazione. In questo contesto si inserisce anche la trasformazione in atto degli istituti tecnici con il modello 4+2, che impone una riflessione sulla necessità di formare nuove figure professionali con una forte vocazione imprenditoriale.
Diventa fondamentale lavorare lungo tutta la filiera formativa, anche alla luce di esperienze come i percorsi ITS, che pur rappresentando un’opportunità presentano ancora alcune limitazioni. Parallelamente, le università tradizionali sono chiamate a sperimentare nuove modalità per intercettare una platea più ampia di studenti, in particolare lavoratori, garantendo maggiore flessibilità nei percorsi.
Si pone inoltre il tema della validità dei titoli rilasciati dalle università telematiche, così come quello del loro accreditamento da parte dell’ANVUR, rispetto al quale persistono alcune criticità e disomogeneità, anche in termini di rapporto tra docenti e studenti e di impostazione complessiva dei modelli didattici.
Lo stato di salute del nostro ateneo si inserisce in un sistema che può crescere solo se si sviluppa in maniera complessiva e coordinata. In questa prospettiva si colloca il modello di università diffusa che stiamo portando avanti: una sfida strategica che mira a valorizzare le peculiarità geografiche della nostra regione.
Il futuro sarà sempre più orientato al lifelong learning, ambito sul quale è necessario investire con decisione. Allo stesso tempo, occorre affrontare il tema della saturazione del mercato per alcuni corsi di laurea e ridefinire il ruolo dell’università in un contesto in rapida evoluzione.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta un elemento cruciale: non tanto come fattore sostitutivo, quanto come leva per trasformare e riqualificare le professioni, incidendo profondamente sulla natura della domanda formativa e sulle competenze richieste.






In allegato le slide del report presentato:
